MANIFESTO

Siamo genitori e lavoratori.
Siamo persone normali, abituate a compiere il proprio dovere, che oggi sentono il bisogno di alzare la voce. I temi della scuola, del lavoro e dei diritti dei bambini devono tornare ad essere centrali nell’agenda del Paese.

In questo periodo di emergenza, abbiamo fatto ciò che riteniamo essere il nostro dovere. La consapevolezza di appartenere ad una comunità, anzi a tante comunità tra loro legate, ci ha spinti a sospendere le nostre routine per crearne di nuove, adatte al mutato stato delle cose. Siamo rimasti al nostro posto di combattimento, in modo ordinato e responsabile, facendo al meglio ciò che sappiamo fare.

Abbiamo lavorato se la nostra azienda aveva bisogno di continuare a lavorare; abbiamo preso ferie e congedi se al contrario non poteva permettersi di pagarci in questo momento. Ci siamo improvvisati assistenti di maestre e professori, imparando in due giorni come utilizzare le piattaforme di didattica a distanza e, cosa ben più complessa, come facilitare il già difficile compito dei nostri bambini, alunni a distanza. Ci siamo arrangiati tra lezioni online e call di lavoro, pulizie di casa e nuovi giochi per passare il tempo, soluzioni fantasiose per fare la spesa e per comprare le scarpe ai nostri figli, i cui piedini, ignari del lockdown, continuano a crescere. Ci siamo accontentati di un balcone per prendere aria o abbiamo misurato i metri che ci separavano da casa per far prendere una boccata d’aria ai nostri figli. Tutto difficile ma necessario, ci siamo detti.

Speravamo che i nostri governanti, coloro che hanno in mano la gestione di questa emergenza, avrebbero fatto lo stesso: il proprio dovere. Che il lockdown fosse un tempo per tamponare l’emergenza e poter pensare ai passi successivi con maggiore lucidità e saggezza- perché a noi era chiaro che questa situazione, prima o poi, sarebbe finita, e avremmo dovuto ideare soluzioni per convivere con questo virus. Pensavamo che di fronte ad un problema nuovo avrebbero cercato soluzioni nuove, guardandosi intorno per attingere all’esperienza di chi ha già affrontato situazioni simili, o almeno paragonabili, come facciamo noi ogni giorno, a casa e sul lavoro. Ad un certo punto abbiamo perfino sperato che questo momento di difficoltà collettiva avrebbe aiutato il nostro Paese a crescere e maturare una nuova consapevolezza: cioè, che è possibile fare le cose in modo diverso da prima e potrebbero funzionare pure meglio.

Oggi dobbiamo constatare con amarezza che ci siamo illusi. Nella fumosa progettazione della cosiddetta fase 2 le famiglie sembrano soltanto una categoria astratta, scollegata dal mondo del lavoro e dell’economia. Si ignora, colpevolmente, che proprio le persone rappresentano l’anello di congiunzione tra la dimensione economica di un Paese e quella sociale. Si parla dei lavoratori perché è necessario riavviare le attività produttive, ma se i lavoratori diventano persone, con famiglie da tutelare, improvvisamente non se ne parla più. I genitori sono invisibili agli occhi dei nostri governanti e, con loro, i bambini.

Ancora una volta, in questo Paese essere genitori è una questione privata. Una scelta che rimane confinata nelle quattro pareti di casa, un’opzione individuale, un’esperienza da vivere e comunicare all’interno di un perimetro personale, senza alcun impatto sulla dimensione professionale e sociale. E dunque non meritevole di considerazione da parte di chi progetta il nostro futuro e le sorti di un Paese che, evidentemente, ha dimenticato un particolare importante: il futuro sono esattamente quei bambini che oggi vengono considerati estensioni opzionali della nostra vita di adulti.

Sarebbe forse il caso di ricordare che i nostri figli non sono nostre propaggini né proprietà, ma patrimonio dell’intera società. I nostri figli sono i medici e gli scienziati che cureranno i malati di domani; gli ingegneri che costruiranno case, strade e software; i politici che decideranno per la comunità intera; i letterati e gli artisti che offriranno ai loro contemporanei visioni e letture profonde della realtà…

I nostri figli sono la società di domani.

Un Paese capace di progettare il proprio futuro sa che i bambini e i ragazzi sono un bene prezioso da coltivare.

Per questo motivo rimaniamo esterrefatti di fronte alla totale assenza di considerazione riservata ai bambini, dapprima durante la fase di lockdown ed ora, cosa assai più preoccupante, nella progettazione della graduale ripresa delle attività. Garantire la formazione dei bambini non è un lusso, ma una necessità primaria. La scuola non è un passatempo, né un posteggio: la scuola è un luogo fondamentale per lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale dei nostri bambini. La didattica a distanza, pur offrendo possibilità integrative che si sono rivelate preziose in questo periodo di emergenza, non può evidentemente sostituire il ruolo della presenza educativa, soprattutto per i bambini della scuola primaria (laddove per i bambini della scuola dell’infanzia e dei nidi è semplicemente impraticabile).

Giudichiamo immorale il fatto che un governo consideri differibile e di secondaria importanza la definizione di strategie per il ritorno, certamente graduale e controllato, dei bambini nelle loro scuole.

Riteniamo che questo grave ritardo nella ripresa delle attività scolastiche avrà un profondo impatto sociale, perché la scuola è un luogo di integrazione e in certi casi, purtroppo, anche di protezione dei minori. La salute pubblica è un bene primario: di questo siamo convinti e per questo abbiamo rispettato, e fatto rispettare ai nostri figli, le gravose regole imposte dallo stato di emergenza degli ultimi mesi.

Ora però vogliamo ribadire che la salute delle nostre comunità non può essere esclusivamente intesa come “assenza di malattia” e che la tutela delle fasce di popolazione più a rischio, pur rimanendo obiettivo prioritario, non può essere sistematicamente anteposta al benessere psico-fisico di un’altra fascia di popolazione fin qui pesantemente penalizzata: i bambini ed i ragazzi. Il nostro futuro, appunto.

E infine ci siamo anche noi, a supportare i nostri figli- perché così abbiamo scelto di vivere. Noi abbiamo studiato, ci siamo formati, abbiamo dedicato tempo e risorse alla nostra crescita professionale. Ed ora ci vediamo costretti a portare il peso di un’emergenza sociale che vuole essere ridotta a problematica individuale. Abituati da sempre ad arrangiarci nella difficile arte di incastrare esigenze familiari e professionali, oggi ci troviamo a dover scegliere tra la responsabilità di portare avanti il nostro lavoro e la necessità di prenderci cura dei nostri figli, che chi ci governa pensa di parcheggiare fino a data da destinarsi. Inutile dire quale tensione ciò possa creare nelle nostre famiglie. Inutile dire che saranno, ancora una volta, tante donne a sacrificare la propria ambizione professionale, con buona pace delle già pessime statistiche sull’occupazione femminile in Italia. E che non saranno solamente gli individui a perdere, ma tutto il sistema economico e produttivo del nostro Paese, che spende risorse a formare professionalità qualificate e poi le perde a causa di politiche sociali miopi ed arretrate.

Oggi noi non vogliamo tacere.

Vogliamo che tutti i genitori come noi, che ogni giorno lavorano in silenzio, alzino la voce per farsi sentire. Occorre cercare e trovare soluzioni che possano rispondere alle esigenze di tutta la società: non abbiamo la risposta in mano, siamo consapevoli che l’orizzonte è incerto e bisogna procedere con cautela, pronti a rivedere i piani sulla base degli eventi, ma in nessun caso l’incertezza giustifica la rinuncia ad agire.

Non vogliamo sentirci dire che per i nostri bambini si può attendere: non si può e non si deve attendere.

La scuola deve seriamente entrare nell’agenda di governo e diventare il punto cruciale di qualunque piano di ripartenza del Paese: non va lasciata alle capacità dei dirigenti scolastici, alla dedizione dei singoli docenti o derubricata a problema “privato”.

Si devono, al contrario, moltiplicare gli sforzi per progettare soluzioni nuove, sulla base di un confronto aperto e costruttivo, sapendo che saranno necessariamente temporanee ma non per questo meno utili. Questo è ciò che noi genitori mettiamo in atto quotidianamente per affrontare la sfida educativa dei nostri figli ed oggi vogliamo dirvi che sì, è una strada difficile ma è proprio quella da percorrere.

Riteniamo che sia necessaria una politica che abbia una visione di insieme, che rispetti la scienza e sappia accoglierne le indicazioni, ma che non perda mai di vista le molteplici esigenze della società e del modello che si vuole perseguire.